IL SURRISCALDAMENTO GLOBALE È UN FATTO.

Il nostro destino è segnato? Non per l’IPCC e per chi conosce, non necessariamente da
scienziat3, la questione climatica. Trasformare le scuole in veri e propri “rifugi climatici”
è uno dei passi necessari per adattarsi (ora) e mitigare (nella seconda metà del secolo), la
deriva climatica.
Il surriscaldamento globale è un fatto. Non solo: il bagaglio di quattro secoli di scienza moderna ci ha
permesso di prevederlo (con buona pace dei negazionismi), e di prevederne, ora, l’andamento futuro.

Ma la scienza non è cartomanzia: l’IPCC ha definito cinque diversi scenari economico-energetico-
emissivo-termici da qui al 2100. E non c’è niente da ridere: escludendo il più ottimista (la “via della

sostenibilità”) quella del 2026 sarà una delle estati più fresche e meno siccitose dei prossimi
cinquant’anni.
Anche le modalità con cui le nostre città e i nostri edifici reagiscono a tali condizioni, originando il
cosiddetto effetto ‘isola di calore’, sono ampiamente conosciute. Il rapporto ‘che caldo che fa – 2025’ di
Legambiente, per citarne uno fra i tanti, riporta evidenze inconfutabili, quali i 20°C di differenza fra
superfici urbane a pochi metri di distanza l’una dall’altra. E, come se non bastasse, dimostra che quelle
più calde sono spesso concentrate nei quartieri meno benestanti.
E’ questo “il mondo nuovo”? Il destino è incontrovertibile e crudele? L’umanità ha colonizzato, in
centinaia di migliaia di anni, gli ambienti e i climi più disparati, con il solo ausilio delle proprie mani e del
proprio cervello: adattare le nostre città al cambio climatico è pienamente alla nostra portata (tecnica).
I princìpi sono antichi quanto il mondo: ombreggiare; scegliere materiali capaci di riflettere, più che
assorbire, la radiazione solare; dare spazio al verde (che invece assorbe senza riscaldarsi); impiegare
l’acqua come volano termico.
Sia alla scala urbana che di edificio ciò significa coprire con tende, pensiline e frangisole (ancor meglio se
fotovoltaici) strade, piazze e pareti ad ovest; significa depavimentare, cioè ridurre asfalto, cemento e
gomma tutto dove possibile, ad esempio creando selciati permeabili e semi-erbosi; significa ridurre
considerevolmente i tagli d’erba estivi e favorire il radicamento di arbusti, alberelli e (col tempo) alberi
locali e adatti alle difficili condizioni urbane; significa raccogliere le acque piovane, convogliandole
direttamente presso le radici; significa creare con l’ombra, il verde e l’acqua spazi rinaturalizzati e freschi,
da aprire alla cittadinanza e collegare in una rete di veri e propri “rifugi climatici”, pubblici e conviviali.
Significa anche dotare le scuole, e gli altri edifici pubblici, di semplici strumenti per il monitoraggio
estivo delle temperature, corredati di piccoli segnalatori luminosi o acustici, per segnalare in tempo reale
se aprire o meno, per esempio, le finestre (già, perché non è detto che farlo, dall’alba al tramonto, sia una
buona idea). Significa coibentarle fortemente, le scuole, a cominciare dai sottotetti, e con materiali ad alta
inerzia termica, più adatti a difendere dalla calura estiva.
Questo solo per citare le misure più economiche e di rapida applicazione.
E poi, a medio termine (invece di finanziare il riarmo, per esempio, e per una vera rotta verso la
“sovranità energetica”): cappotti e serramenti termoisolanti (anche adatti a contenere i consumi invernali);
ventilazione meccanica controllata (non semplice condizionamento), per rinnovare costantemente l’aria
diluendo, al contempo, inquinanti e patogeni interni, e sempre recuperando il calore o il fresco dall’aria in
uscita…
Chiedere a docent3 e collaborator3 di portare da casa ventilatori e condizionatori “da presa”, è non
soltanto il segno tangibile dell’imbecillità negazionista, ma anche il modo più inefficiente di usare risorse
pubbliche, e strategiche, come l’energia elettrica e l’intelligenza umana.

Guarda le nostre diapositive per approfondire: http://bit.ly/DIAPOSITIVE

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